I più grandi cimiteri italiani

A chi non è mai venuto in mente il quesito: “Qual è il più grande camposanto d’Italia o d’Europa o del mondo?”? Al di là dell’interesse statistico, dietro questi numeri c’è sempre qualcos’altro. Riservare un’area più o meno vasta alle sepolture, infatti, non è solo un’operazione derivante da un’esigenza igienico-sanitaria o da una pratica sociale e religiosa, ma è anche un grande segno di civiltà.

L’idea di un progetto grandioso per un cimitero nasce sempre per una particolare predisposizione verso il bene comune. Chi entra in uno di questi luoghi sacri, infatti, si sente sempre coinvolto emotivamente, parte di un tutto, di un ponte che collega il passato con il futuro. Questa impressione vale non solo per noi ma anche e soprattutto per i nostri antenati dell’Ottocento, uomini che avevano vissuto i momenti rocamboleschi e palpitanti delle rivoluzioni, combattuto per la propria libertà, rinunciato alla propria terra, lavorato sulle terre di altri padroni. Chi più di loro, privi dei nostri attuali mezzi di comunicazione di massa, sentiva il bisogno di sopravvivere nei cuori e nelle menti di chi sarebbe venuto dopo? L’idea della sopravvivenza, infatti, spoglia la morte della sua disarmante drammaticità e fa della tomba un atto d’amore fraterno, un omaggio dei vivi ai morti.

foscolo-ritrattoL’editto napoleonico del 1804, moderno e innovativo per molti aspetti, esteso all’Italia già nel 1806, vietava di seppellire i morti vicino ai centri abitati ed imponeva determinate procedure di seppellimento (profondità, larghezza e altezza della fossa, distanza dalle altre fosse, sigillatura della cassa, stesura della terra a copertura, spargimento di sostanze deodoranti, omologazione delle epigrafi, recinzione del plesso cimiteriale), allo scopo di garantire la massima protezione igienica ai cittadini. Nonostante i buoni propositi, non erano mancate le contestazioni. Anche Ugo Foscolo, nel suo carme I Sepolcri, aveva sottolineato la leggerezza di un editto che trascurava gli aspetti affettivi della sepoltura della salma, cacciata dai luoghi sacri della città, il che equivaleva a sopprimere una parte della città stessa, con il suo passato, la sua cultura, la forza dell’esempio. E’ opinione diffusa che, per il suo carme, il poeta veneziano avesse tratto ispirazione dalla pubblicazione dell’editto Della polizia medica, emanato da Napoleone a Saint-Cloud il 5 settembre 1806. Niente più sepolture in chiese, nè in cappelle private, nè nei propri giardini se all’interno del centro abitato. Le sepolture sarebbero state consentite solo fuori dal centro abitato, in un luogo aperto a tutti, senza più distinzioni sociali. Una nuova rivoluzione dopo la scintilla dell’89. E come avrebbero fatto gli uomini dell’Ottocento senza la forza dell’esempio dei loro avi? Senza la loro costante presenza? Senza quella celeste corrispondenza d’amorosi sensi?

Conseguenza della legge napoleonica era il trasloco di molti cimiteri al di fuori delle mura del sito urbano. Sebbene quest’opera di «bonifica» fosse già pienamente attiva in Francia fin dalla fine del XVIII secolo, Parigi aveva visto il suo primo cimitero «moderno» nel 1804, detto di Père Lachaise (44 ha di estensione), grazie al progetto di Alexandre-Théodore Brongniart (1739-1813).

L’Italia doveva aspettare ancora qualche anno per la realizzazione di  cimiteri costruiti secondo i nuovi canoni: il progetto del Valadier per Roma è del 1807, quello di Pistocchi per Faenza risale al 1808, mentre per l’effettiva costruzione di cimiteri monumentali di grande bellezza ed interesse storico–artistico bisognerà arrivare al 1827 per Verona, grazie al progetto di Giuseppe Barbieri, e al 1851 per Staglieno (Ge), opera di Carlo Barabino e del suo allievo Giovanni Battista Resasco.

L’11 febbraio del 1809 un decreto del re di Napoli Ferdinando III vietava le sepolture nelle chiese ed ordinava la costruzione di un grande cimitero pubblico nelle masserie di Guido Manzi, fuori della grotta di Pozzuoli. Nel 1817, in qualità di re delle Due Sicilie, Ferdinando promulgava la legge «per lo stabilimento di un camposanto in ciascun comune de dominij di qua del Faro», estendendo i nuovi criteri di sepoltura ed igiene pubblica anche in Sicilia.

Il panorama europeo fra XVIII e XIX secolo era costellato da continue rivoluzioni, guerre ed epidemie: il problema dei seppellimenti si presentava veramente serio. Seppellire in città, all’interno delle chiese o nei propri giardini non era più un valore praticabile. Ci voleva un’idea futuribile e i progetti appena citati rappresentavano appieno quell’idea. Grandi, forse smisurati per allora, e monumentali, a ricordo delle grandi gesta e delle grandi passioni degli antenati. Un gesto umanamente nobile.

I cimiteri, inoltre, si presentavano come luoghi di democratica conquista, frequentabili da tutti, indipendentemente dal proprio ceto, dai braccianti ai regnanti, tutti uniti dal fascino del l’eterno, dalla sacralità della morte, che, come il terremoto, livella le differenze sociali. Ed è per questo che, all’interno di questi recinti sacri, troviamo assieme nobili e cavalieri, operai e popolani, prìncipi e marchesi, socialisti e repubblicani, cattolici e acattolici.

Da questo punto di vista, stilare un elenco dei cimiteri storici più estesi d’Italia potrebbe darci la misura del senso di civiltà di una comunità, della dedizione dei vivi nei confronti dei propri morti, specialmente nei casi in cui gli spazi comunali a disposizione sono molto limitati. Alla base di ogni progetto cimiteriale, infatti, c’è anche l’idea del parco naturalistico, inteso sia come strumento di tutela di un ecosistema, sia come momento simbiotico fra uomo e ambiente, desiderio primordiale di un contatto con la natura, un’espressione della cultura e dei saperi di una comunità.

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In Italia, le strutture cimiteriali non raggiungono la vastità di complessi similari europei, ma si contraddistinguono per la loro antichità, monumentalità e bellezza:

  1. Cimitero Flaminio o di Prima Porta ROMA 140 ha
  2. Cimitero del Verano ROMA 83 ha
  3. Cimitero Maggiore di MILANO 68 ha
  4. Cimitero monumentale di TORINO 60 ha
  5. Cimitero della Certosa BOLOGNA 50 ha
  6. Cimitero di Poggioreale NAPOLI 40 ha
  7. Cimitero di Staglieno GENOVA 33 ha
  8. Cimitero Laurentino ROMA 27 ha
  9. Cimitero monumentale di MILANO 25 ha
  10. Cimitero di Santa Maria dei Rotoli PALERMO 24 ha
  11. Cimitero di Trespiano FIRENZE 23 ha
  12. Cimitero di MESSINA 22 ha

Riguardo alla monumentalità di ciascuno di loro, fare una classifica dei più belli è praticamente impossibile: ogni cimitero possiede delle peculiarità architettoniche così differenti e originali da non poterle metterle a confronto. Alcuni sono antichissimi, la maggior parte ottocenteschi, altri accolgono opere d’artisti di grande fama, altri ancora, pur non avendo goduto della risonanza di nomi d’artisti famosissimi, posseggono opere funerarie di grande pregio e raffinatezza (nell’elenco mancano alcuni cimiteri importantissimi da un punto di vista monumentale, come Faenza, Venezia, Cagliari, Cremona ecc, fuori solo per ragioni di estensione più limitata, ma di cui parleremo più avanti).

Il Gran Camposanto di Messina possiede un profilo di questo tipo: ottocentesco, realizzato da artisti famosi ma non famosissimi, tuttavia presenta un elevatissimo numero di opere di grande pregio e originalità e grandi edifici architettonici che esprimono non solo la varietà stilistica degli artisti siciliani, ma anche i gusti della borghesia urbana dell’epoca. Il tutto di fronte al magnifico scenario dello stretto di Messina. Un unicum irripetibile.

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2 Commenti

  1. alessandro Albè

    ho delle immagini degli anni 60 di un cimitero in costruzione, ma non so identificarlo. potete aiutarmi? mi date una mail per inoltrarvele?

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    1. ABC Sikelia Edizioni (Autore Post)

      Spediscile pure al nostro indirizzo di posta elettronica: abc@sikelia.com, cercheremo di individuarlo. Grazie per la richiesta.

      Vai al contest: https://abc.sikelia.com/cimitero-in-una-foto-degli-anni-60-chi-sa-dove-ci-troviamo/

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