Sicilia Sveva Angioina e Aragonese

Il tempo degli Hohenstaufen stupisce il mondo

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La successione al trono di Enrico VI

La morte di Enrico VI configura un momento di vuoto regio a causa della successione al trono. Il figlio Federico II è ancora troppo piccolo per governare, ha soltanto tre anni e la madre Costanza d’Altavilla riesce a raggiungere un equilibrio tra Impero e Papato per salvaguardare il futuro trono spettante al figlio. Paga del suo lungimirante impegno, Costanza d’Altavilla fa incoronare Federico II re di Sicilia nel giorno di Pentecoste del 1198; la celebrazione avviene nella cattedrale di Palermo dove l’imperatrice aveva fatto scolpire un sarcofago di porfido, oggi ancora visibile, per accogliere le spoglie del marito Enrico. Da questo momento in avanti, Costanza e il figlio emanano insieme tutti i diplomi dalla città eletta come residenza reale.

Costanza raccomanda il figlio Federico a Papa Innocenzo III

Il tempo del governo dell’imperatrice a fianco del figlio, non dura che pochi mesi: in previsione della morte imminente, questa deposita un testamento datato 25 novembre 1198 per raccomandare Federico alla protezione del papa Innocenzo III che nomina tutore e reggente.


Sebbene giovane, Federico cresce con gli anni per maturità politica, curiosità intellettuale, spirito di giustizia; dalla madre eredita la sensibilità unita alla forza e al coraggio che lo distingueranno, nella Storia, con l’appellativo di Stupor Mundi.


Celebre per la sua cultura, il desiderio di conquista e la determinazione nella lotta contro il potere papale, Federico II di Svevia, già re in Germania nel 1211, si fa incoronare imperatore del Sacro Romano Impero da papa Onorio III, allo scopo di entrare in possesso del regno normanno.

Le opere federiciane

Sotto di lui la Sicilia, domate le tensioni interne e l’aristocrazia feudale, viene trasformata in vera e propria fortezza con la costruzione di opere poderose. Grazie alla brillante capacità di circondarsi di validi ministri e funzionari come Taddeo di Sessa e Pier della Vigna, Federico II promulga la Costituzione melfitana nel 1231: primo documento in cui prende corpo l’idea di uno stato assolutamente accentrato nelle mani del sovrano. Nel 1227 l’imperatore partecipa alla quinta crociata liberando i luoghi santi dal potere incontrastato del sultano d’Egitto.


La politica è un campo obbligato ma il suo mecenatismo si esprime anche nell’arte e nella scienza, soprattutto quella astratta: si racconta che la sua corte fosse frequentata da grandi letterati e uomini di genio; una delle sue passioni è infatti la poesia per la quale dà notevole impulso alla Scuola siciliana.


Nel 1250 muore lo Stupor Mundi e con lui scompare una guida illuminata.


Le tensioni successive alla morte dello Stupor Mundi

L’evento nefasto è causa di un declino che investirà la politica, l’amministrazione del Regnum e la tranquillità stessa del paese. Le tensioni interne sfociano, tra l’altro, in discordie civili e vendette familiari per la contesa di quanto è rimasto della Sicilia normanna. Il potere papale si esprime anche in campo politico: la corona di Sicilia passa al principe inglese Edmondo di Lancaster che, per dieci anni, detiene il titolo di “re di Sicilia per grazia di Dio”.

L’arrivo dei francesi D’Angiò in Sicilia

Nel 1261 Edmondo viene deposto da un papa francese che, desideroso di affermare la propria supremazia feudale, convince Carlo d’Angiò, fratello del re di Francia, San Luigi, a perorare la propria causa sostituendo Edmondo. Incoronato a Roma cinque anni dopo, Carlo parte per sottrarre il trono a Manfredi, l’eroe degli Hohenstaufen e figlio illegittimo di Federico II e Bianca Lancia.

Il Regnum viene così conquistato senza troppa resistenza e lo stesso Manfredi muore nella battaglia di Benevento.


Secondo fonti attendibili, alcuni mesi dopo la morte, il corpo di Manfredi viene illecitamente riesumato dal vescovo di Cosenza, Bartolomeo Pignatelli, con il benestare di papa Clemente IV.

Le spoglie non avrebbero più trovato degna sepoltura all’interno del regno angioino perché appartenute ad uno scomunicato. A tal proposito Dante ci ricorda il fatto nel terzo canto del Purgatorio.

Cinzia Prestianni



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