Mille volti, un’anima

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Sono passati più di 150 anni dal tanto discusso sbarco di Garibaldi in Sicilia. Prima che il barbuto condottiero arrivasse, la situazione del regno borbonico non poteva dirsi del tutto serena, ma le attività culturali erano in continuo fermento e l’economia in ascesa grazie alle proficue relazioni internazionali. A conferma di questa tesi, il libro “Mille volti, un’anima” di Dario De Pasquale ricostruisce il passato artistico della città di Messina, dal momento del suo massimo splendore (il Seicento) fino al terremoto del 1908, con un percorso iconografico dentro il suo maggiore monumento: il Gran Camposanto.

Una storia diversa della città Messina, raccontata attraverso i volti dei personaggi che l’hanno pensata, costruita, sostenuta e di quelli che ne hanno decretato la fine.

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Descrizione

La memoria della vita, delle opere e del pensiero dei nostri antenati vissuti a Messina prima del terremoto del 1908 è più effimera di quanto possiamo immaginarci. L’inesorabile scorrere del tempo ha cancellato buona parte delle testimonianze dirette e i messinesi hanno stentato a tenere vivo il contatto con il passato fiorente della loro città, quando ancora poteva vantare magnificenti architetture barocche e un porto ricco di scambi commerciali. 

I precedenti

Attraverso una precedente pubblicazione, abbiamo rilevato come il devastante sisma della mattina del 28 dicembre fu solo il colpo di grazia dato ad una città che, per più di due secoli, aveva subito invasioni, epidemie e speculazioni di varia entità. Da quella data i cittadini messinesi si ridussero da 155.000 a 80.000 unità circa, in parte rinfoltite da altri siciliani e calabresi in cerca di lavoro. 

L’immane calamità provocò una lacerazione profonda, tanto negli affetti familiari quanto nella tradizione culturale della città: il dolore e lo sconforto furono tali da spingere intere famiglie ad allontanarsi da quella terra ingrata e gli abbandoni contribuirono ad allargare la frattura fra le radici socio-antropologiche dei messinesi e la nuova anima urbana.

Il percorso iconografico alla scoperta della città perduta

Il percorso che oggi proponiamo tramite quest’umile lavoro aspira a ricucire la ferita morale inferta alla popolazione messinese negli ultimi due secoli da cause diverse, partendo dalla fine, ovvero dal Gran Camposanto

Questo luogo sacro, visitato abitualmente nel giorno della commemorazione dei defunti, è qualcosa di più di un semplice cimitero, di una spoglia dimora dei morti. Già nel progetto dei nostri antenati era un vero e proprio tempio della preghiera e del raccoglimento, un’oasi verde di riposo e di serenità, un libro di storia multimediale, un museo all’aperto. Dentro questa affascinante struttura, troviamo i volti di quella miriade di personaggi, uomini e donne, famosi e meno famosi, che, con le loro attività intellettuali, umanitarie e imprenditoriali, fecero grande Messina nel corso di tutto l’Ottocento. Incontrarli viale per viale, leggerne la storia, dare loro una voce e un’identità precisa, ci è sembrata, oltre che un’operazione doverosa, una vera e propria passeggiata nel tempo passato. 

Ricchi di queste nuove emozioni, abbiamo avuto come l’impressione di aver ricostruito parte di quel tessuto urbano ormai inesorabilmente perduto e i nomi delle vie, delle contrade, dei rioni, delle chiese e dei palazzi ricostruiti dopo il 1908 sono tornati ad esserci familiari.

Gran Camposanto di Messina, Galleria Monumentale, particolare.

Perché un camposanto monumentale a Messina?

A parte le notevoli suggestioni, non abbiamo potuto fare a meno di trascurare l’aspetto più scientifico della ricerca sul complesso monumentale, esaminando e riportando alla luce le vicende storiche, le motivazioni tecniche, le proposte progettuali, le procedure esecutive che portarono alla sua realizzazione. 

Siamo partiti dall’iniziale ipotesi che un camposanto di siffatta concezione non possa essere stato il frutto di una serie di pure casualità, ma al contrario, rappresenti la testimonianza tangibile delle rinnovate condizioni economiche e culturali della città.

Già a metà del Cinquecento, i notabili di Messina non perdevano l’occasione di impiantare uno Studium universitario, nobile strumento attraverso il quale garantire un alto grado d’istruzione ai giovani messinesi e, contemporaneamente, esercitare uno strategico controllo sull’amministrazione pubblica. Ripercorrendo brevemente la strada delle accademie, arriveremo in pieno Ottocento, quando Messina apre le porte a nuove attività produttive, economiche e culturali: dalla produzione di seta, vino e olio, a quella degli agrumi e dei derivati agrumari, da semplice mecenate delle arti e delle lettere a dispensatrice di cultura e di giovani talenti. 

Altri elementi a conferma del fervore intellettuale ottocentesco della cittadina marinara erano il tasso d’analfabetismo, uno dei più bassi di tutta la Sicilia, e le scuole private, punto di forza del panorama formativo. Erano di numero maggiore delle pubbliche, meglio organizzate e segno tangibile della presenza di ceti agiati e ben radicati nel territorio.

Amministratori, benefattori, uomini di cultura

Ad alimentare l’istruzione privata erano uomini di chiesa, professori universitari dotati di spirito d’abnegazione, mecenati di origine nobile e borghese. Basti ricordare Carmelo La Farina e Francesco Villadicani, fondatori dell’Accademia Peloritana e promotori del Museo Civico di Messina, Giuseppe Carmisino, il barone Gregorio Cianciolo, Giovanni Capece Minutolo, Giovanni Walser, Federico Grill, Demetrio Mauromati, Gaetano La Corte Cailler, Placido Arenaprimo, Giuseppe Cacopardo, Gaetano Loffredo, Giorgio Peirce, Giuseppe Cianciafara, Giacomo Fiore. Tutti prestarono impegno, denari e i loro stessi palazzi per promuovere l’arte e la cultura a Messina. Grazie alla loro munificenza, la città poté vantare artisti di fama internazionale, sostenere gli studi di giovani meritevoli presso le maggiori accademie italiane di Roma, Napoli, Firenze, Siena, arricchirsi di Esposizioni internazionali di Belle Arti (1839, 1882, 1900). 

Il modello di vita borghese

In quegli anni, il modello di vita borghese, che imponeva il culto del denaro e della ricchezza, portò ad una forte espansione della cultura e dei suoi mezzi espressivi. Di contro, decretò la massificazione della società, con il conseguente scadimento del gusto collettivo e l’esasperazione dei conflitti sociali. 

Nei padiglioni delle Esposizioni il nuovo mondo si metteva in bella mostra con i suoi manufatti d’artigianato e arte decorativa, ma anche con i più complessi ritrovati industriali d’ingegneria e di meccanica. Da un lato il prodotto allargava la propria diffusione, incrementando le sue possibilità di utilizzazione e la fiducia nel capitalismo, dall’altro la produzione in serie diminuiva il suo valore intrinseco. Si apriva un’aspra diatriba tra mondo dell’arte e mondo industriale e si entrava nell’era che Marx chiamò «del feticismo della merce».

Le grandi esposizioni, che raggruppavano entrambi i mondi, erano state anche le prime vetrine internazionali degli artisti messinesi. Vi avevano preso parte i pittori Letterio Subba, Michele Panebianco, Giacomo Conti, Dario Querci e gli scultori Rosario Zagari , Giuseppe Prinzi, Gregorio Zappalà , Giovanni Scarfì, i fratelli Gangeri  (Lio, Antonio, Michele e Giuseppe). Quelle stesse manifestazioni avevano stuzzicato la vanità della borghesia messinese, che adesso si mostrava al pubblico europeo e d’oltreoceano dotata di un ricco patrimonio di quadri e di sculture, di case ospitali e ben rifinite. 

Quel poco che ci rimane dell’autentica architettura urbana messinese dell’Ottocento dobbiamo rilevarlo in periferia o in antiche foto-riproduzioni e disegni. Il neoclassico era lo stile dominante, sostituito, alla fine del secolo, dal Liberty, espressione artistica più adeguata alla borghesia siciliana in ascesa. Tuttavia, anche i monumenti, gli stili e i colori del Gran Camposanto, sono il palpabile segno del sentimento artistico di quel fulgido periodo storico, perciò abbiamo riservato uno spazio alle opere monumentali e ai loro artisti.

La vita culturale ottocentesca non era affatto marginale, come si potrebbe pensare gettando un occhio al passato: gli artisti messinesi, autori delle architetture e delle sculture del Gran Camposanto, erano già vincitori di concorsi nazionali ed internazionali, tenevano costanti rapporti con i loro maestri e colleghi italiani e, all’inizio della loro carriera, si erano guadagnati l’accesso alle migliori accademie d’arte italiane con una borsa di studio messa a disposizione dal Comune di Messina. Gran parte di loro era andata ad arricchire il patrimonio artistico mondiale, come gli scultori Giuseppe Gangeri (monumento a Cristoforo Colombo a New York) e Gregorio Zappalà (con la Fontana del Nettuno, Piazza Navona, Roma), solo per fare i più facili esempi.

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