L’operato dell’arcivescovo Letterio D’arrigo Ramondini a Messina (1898-1922)

Una Pastorale sulle rovine della città distrutta. Letterio D’Arrigo Ramondini Arcivescovo e Archimandrita di Messina (1898-1922) di Carmelo Miceli, relatore Prof. Salvatore Sparatore, è una tesi specialistica sulla storia patria, messinese in particolare, imperniata sui rapporti tra Stato e Chiesa nel difficile periodo dell’emergenza sismica successiva al 28 dicembre 1908, che sconvolge la Sicilia peloritana e la Calabria reggina.
Il preludio del dott. Miceli parte da lontano e si sofferma sul particolare afflato religioso messinese costruito attorno alla venerazione della Madonna della Lettera, confluita nella costruzione di una magnificente cattedrale a Lei intitolata alla presenza dell’arcivescovo Berardo, dell’imperatore Enrico VI di Svevia, re di Sicilia, della moglie Costanza D’Altavilla e del figlio Federico II, il 21 settembre 1197.

Arrivano i Normanni in Sicilia

A tal proposito, occorre ricordare che, al loro arrivo, i Normanni s’impegnano a restaurare, fondare e dotare le chiese basiliane e i relativi vescovadi mantenendo gli abati di rito greco, per poi sostituirli, ma solo alla loro morte, con quelli di rito latino. In questo modo, riescono ad assicurarsi il pieno controllo del territorio, riportando sotto la giurisdizione latina tutte le diocesi bizantine. Grazie al lavoro diplomatico di San Bartolomeo da Simeri, viene fondato a Messina l’Archimandritato del SS. Salvatore, con decreto del Re Ruggero II di Sicilia del maggio del 1131, con il quale si eleva il monastero del SS. Salvatore in lingua phari di Messina a “mandra” ovvero “Mater Monasteriorum”, guida di tutti i monasteri basiliani della Sicilia e della Calabria.

Archimandritato del SS. Salvatore

L’Archimandritato del SS. Salvatore, come ben ricorda Miceli, viene nel tempo avversato dagli ordini religiosi di matrice cattolica, anche se la missione dei suoi fondatori era principalmente di tipo ecumenico, fino a subire la soppressione in seguito al decreto regio del 1866.

La gestione ecclesiastica a Messina

Quasi venti anni dopo da quella data, il card. Giuseppe Guarino, vescovo di Messina, viene investito della carica di visitatore apostolico dell’Archimandritato, divenendo arcivescovo-archimandrita.
Da qui comincia a dipanarsi la tesi del Miceli, che vuol dimostrare come le necessità politiche sorte in seguito all’insediamento del governo post-unitario incisero profondamente e negativamente sulla gestione ecclesiastica del territorio messinese. Guarino è il primo a subire le intemperanze di una classe politica italiana votata al laicismo e largamente sostenuta dalla massoneria, ma la sua linea difensiva, se così si può dire, risulterà vincente.

I disordini a Messina e gli scontri tra clerico-moderati e liberali laici

Negli anni Ottanta dell’800, i nodi vengono subito al pettine quando un gruppo di giovani anticlericali prepara una sommossa contro la processione della Madonna della Lettera organizzata per il 3 giugno del 1884. Si assiste a disordini, scontri, lanci di oggetti. Guarino non fa declamazioni e non inveisce, sceglie la linea legalitaria, sulla scorta del non expedit. C’è da dire che la Chiesa messinese, contrariamente ad altre parti d’Italia, tiene buoni rapporti con gli esponenti istituzionali dell’amministrazione comunale, liberali laici e alleanze clerico-moderate (Cianciafara, Cianciolo, Marullo, Loffredo Di Cassibile), per una semplice questione di legami familiari. Anche per questo, Guarino viene accusato, ingiustamente e strumentalmente, di essere un massone spregiudicato. Un altro momento difficile arriva il 23 luglio del 1884, quando un incendio doloso distrugge parte della Chiesa di San Francesco. Un duro messaggio nei confronti della comunità dei fedeli cattolici messinesi. Ma, ancora una volta, il diplomatico Guarino non alimenta nessuno scontro, anzi, cerca fra gli esponenti politici e i cittadini più abbienti della città, un sostegno per la ricostruzione.
Tuttavia, le problematiche non risiedono solo nella divisione fra laici e cattolici, esiste una notevole spaccatura tra clericali antistatali, cosiddetti intransigenti, e cattolici a favore della conciliazione fra Stato e Chiesa (transigenti). Fra i clerico-moderati possiamo annoverare i maggiori esponenti dell’amministrazione comunale come Cianciafara, Marullo e Loffredo Di Cassibile (grande proprietà terriera), mentre la sinistra crispina fa capo ai consiglieri Bottari, Orioles e La Spada (borghesia imprenditoriale) e i radicali ruotano intorno alla figura del giovane anticlericale Ludovico Fulci (borghesia emergente delle libere professioni).

Questione di affari

Proprio sul finire del secolo XIX, a Messina, si assiste a uno scontro sugli interessi ruotanti intorno ai dazi comunali, il gasdotto, l’acquedotto, il tram, il cimitero monumentale. Tale scontro non è più esclusivamente ideologico (se mai lo è stato), ma è costruito sui diversi indirizzi di politiche economico-sociali.
Dopo i deludenti risultati elettori del 1889, Guarino cerca di ricompattare le fila del movimento cattolico con la nomina di Giovanni Villadicani, esponente di punta dei clerico-moderati nel consiglio comunale messinese, quale presidente del Circolo Madonna della Lettera, esponendosi e rendendosi responsabile, di fatto, della partecipazione dei cattolici alle elezioni amministrative. La maggioranza clerico-moderata, infatti, s’insedia nell’amministrazione comunale nel 1896, proponendo come sindaco Gaetano D’Arrigo.

Arrivano i socialisti e il mons. D’Arrigo Ramondini

Dopo i movimenti dei fasci del ’92-93, entrano a far parte della compagine consiliare anche i socialisti. Fra questi, Noè e Petrina portano avanti una campagna moralizzatrice contro il prepotente affarismo che attanaglia la Città dello Stretto.
Nel settembre del ’97 muore il cardinale Guarino e Leone XIII medita sulla sua successione. La scelta cade sul monsignore italese Letterio D’Arrigo Ramondini, già vicario capitolare. Quegli anni sono particolarmente difficili per i pastori del popolo di Dio, ma l’occasione offerta al quarantanovenne neo-eletto arcivescovo metropolita e archimandrita di Messina è favorita da diverse condizioni: innanzitutto, una giunta comunale fondamentalmente appartenente all’area clericale, fra l’altro presieduta proprio dal fratello di Letterio, Gaetano D’Arrigo, e una trama di relazioni sociali utile per contrastare le ingerenze della massoneria (e degli anticlericali, in generale) nelle questioni ecclesiastiche, già tessuta dal suo predecessore Guarino. In più, di lì a poco, la Chiesa avrebbe ricevuto un aiuto insperato da parte dei socialisti, oppositori strenui della linea politica a tutela della proprietà privata, del sistema industriale e del sistema bancario, difesa dalle classi liberali al potere. Lo stesso Leone XIII si trova in una posizione insolita quale primo papa senza potere temporale, esautorato delle proprietà immobiliari e di parte della sua autorità politica. Per recuperare parte di essa, infatti, papa Leone emana quante più encicliche possibili (ben 86), di cui la più famosa è la Rerum Novarum (1891). Con quest’ultima tenta di conciliare le nuove istanze socialiste con gli interessi dell’economia capitalistica, riuscendo nel tentativo di attenuare gli scontri sociali e rintuzzando le pretese del governo monarchico filo-imprenditoriale.

La scomoda posizione dell’arcivescovo D’Arrigo

L’arcivescovo D’Arrigo, suo malgrado, si ritrova al centro di questi potenti sconvolgimenti politici dell’epoca, molto più esposto mediaticamente di quanto lo fossero i suoi predecessori: per via del fratello sindaco, lo si pensa più legato alla vita politica cittadina di quanto in realtà non lo sia. Le forze politiche contrarie alla gestione comunale d’arrighiana lo avversano e lo criticano pubblicamente. Ma Letterio non si scompone e continua nella sua opera pastorale fatta di attenzioni nei confronti dei bisognosi. Un’occasione, infausta ma provvidenziale, gli si presenta per smentire definitivamente i suoi avversari e confortare i suoi seguaci: il terremoto del 28 dicembre 1908. E’ qui che emerge prepotente la parte umana e spirituale del monsignor D’Arrigo Ramondini: durante i giorni convulsi del dopo terremoto, non smette di stare accanto ai derelitti, di curarne le ferite, di raccogliere il suo popolo all’interno delle chiese per una parola di conforto e un pasto caldo. Il senso di questa rinnovata dimensione di padre del popolo messinese viene ben colto dallo studioso Carmelo Miceli nel capitolo Letterio D’Arrigo “arcivescovo del terremoto”.

La ripresa e la consacrazione dell’Arcivescovo D’Arrigo

A distanza di qualche anno da quei momenti terribili, la città riprende lentamente le sue attività e comincia la sua ricostruzione. L’arcivescovo D’Arrigo continua a spendersi per ottenere ciò che la furia della natura ha portato via: chiede e ottiene dal Vaticano i finanziamenti per la costruzione di un nuovo collegio che porterà il nome del suo generoso papa: Pio X. E’ un segno di riconoscimento verso il suo operato apostolico, che gli verrà confermato anche dal successivo papa Benedetto XV, allorquando ci sarà l’esigenza di ricostruire il palazzo arcivescovile a Messina.
L’arcivescovo del terremoto muore nel dicembre del 1922, a due mesi dalla marcia su Roma che porterà il governo fascista a un’opera intensa di ricostruzione della città terremotata sotto la guida del monsignor Paino. Al nuovo arcivescovo, animato dall’anelito di risurrezione spirituale e materiale del popolo messinese dalle macerie urbane, non resterà altro che perpetrare la linea pastorale già tracciata da Guarino e D’Arrigo.

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